Direttiva europea sul copyright: un futuro senza Google News? E’ già successo

Alla fine il voto c’è stato. Il parlamento dell’UE ha approvato la riforma sul copyright. I possibili effetti? Difficili da calcolare con esattezza a causa della vaghezza di molti punti, ma un rischio concreto c'è: che Google News decida di chiudere i battenti. Come è già successo in Spagna. Con effetti tremendi sul traffico dei siti di informazione.

Una sintesi (stringatissima)


Dopo due anni di battaglie il parlamento europeo è giunto a questo compromesso: i giganti del web devono reagire “tempestivamente” se viene segnalata una violazione dei copyright ed intraprendere i “massimi sforzi” per ottenere le autorizzazioni alla pubblicazione o rimuovere i contenuti.

Quindi, in soldoni, contattare i proprietari dei diritti e concordare un prezzo.Cosa è escluso dalla nuova norma? Solo gli snippet, ovvero le brevi descrizioni di anteprima e gli hyperlink. Quanto brevi devono essere queste anteprime? Non è chiaro. Ma la vera domanda a questo punto è: quanto contenuto potrà utilizzare Google News?

E se, molto semplicemente Google dicesse no, che dieci-quindici parole di anteprima non sono abbastanza?

Il livello del dibattito: Buoni VS Cattivi



Noi di DeepMarketing abbiamo sempre un atteggiamento laico: sono ben pochi gli strumenti (vecchi o nuovi) ad essere intrinsecamente cattivi. Perlopiù sono gli esseri umani a farne un cattivo uso.

Purtroppo in Italia il dibattito ha preso fin da subito una brutta piega.

Il peggio non è venuto da chi si preoccupava di non poter più postare gif, meme o altre amenità. No, il peggio è arrivato da chi ha colto l’occasione del lavoro su questa riforma per portare avanti la sua battaglia contro il Grande Gigante Cattivo (sì, proprio lui: Google). In poche parole: buona parte dei giornali italiani si sono fiondati sulla questione come avvoltoi ed invece che riportare le notizie (gli americani della stampa danno questa definizione: “le opinioni separate dai fatti”) hanno intrapreso una campagna di lobbying a favore di un’attuazione fortemente restrittiva della riforma.

E diciamo (“a pensare male degli altri si fa peccato ma spesso si indovina…”) che è difficile credere che i suddetti giornali lo facessero disinteressatamente. Il bersaglio è grosso e succulento nella mente di molti editori. Che, facendosi quattro conti, devono essersi detti:

“E se riuscissimo a spillare un po’ di quattrini da Google? In fondo questi soldi ci spettano... Siamo noi a scrivere le notizie, che diritto ha Google a usare i nostri contenuti gratis?”

Non voglio entrare (troppo) nel merito della questione, cioè del rapporto certo non molto trasparente e comodo tra produttori di contenuti e piattaforme digitali (la questione dei diritti di giornalisti, artisti, musicisti, etc è complessa), ma solo sottolineare che intraprendere una "guerra santa" contro Google, Facebook & co. potrebbe non essere la migliore delle strategie possibili. Già in passato qualcuno è uscito con le ossa rotta da scontri simili...

Per chi ha un po’ di memoria storica questo dibattito evocherà infatti un parallelismo con quanto è successo 20 anni fa con l’avvento di Napster e di altre piattaforme peer-to-peer.Da una parte c’erano i “buoni” (le case discografiche), dall’altra i cattivi (Napster, eMule, etc) che rubavano impunemente.

Non voglio certo rivangare tutta la storia ma ci tengo solo a specificare che l’ottusità dell’industria discografica non ha certo pagato. Come diceva Justin Timberlake / Sean Parker in The Social Network:

“Tu lo compreresti un negozio di dischi oggi?”





Cosa succede se Google non ci sta. Il caso spagnolo


In Spagna una legge molto restrittiva sul copyright di Internet c’è già. E dal 2014. E’ stata voluta dalla stampa proprio per combattere il potere avanzante di Big G e degli altri colossi del settore.

Risultato?

Google News ha chiuso i battenti in Spagna e secondo uno studio di Chartbeat il calo di traffico è stato drastico fin dai primi giorni: dal 10 al 15% in meno.

Dati confermati anche da un report della Asociacion Espanola de Editoriales de Publicaciones Periodicas, secondo cui a rimetterci sono stati in particolare i piccoli editori, che hanno visto un traffico inferiore del 13% e incassi per 9 milioni di euro in meno.Alla fine, insomma, in un mercato competitivo ed in evidente crisi come quello dell’informazione non è il caso di alzare bandiere, parlare di buoni e cattivi, ma piuttosto di sedersi ad un tavolo con i rappresentanti di Google ed aprire un (vero) dibattito.

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